
Ho sessant’anni. È un’età in cui molti fanno il conto di ciò che hanno perduto. Io preferisco contare ciò che posso ancora imparare.
Pratico Karate da appena undici anni. “Appena” è la parola giusta, perché in una disciplina che sembra assomigliare alle montagne, dove ogni vetta svela quella successiva, undici anni sono poco più di un breve sentiero. Da bambino non ebbi l’occasione avvicinarmi a questa Arte Marziale. La mia passione allora aveva la forma di una racchetta da tennis, mentre la vita, silenziosamente, mi chiedeva già un’altra partita: quella con una scoliosi importante, presente fin dalla nascita, così severa da sembrare, a tratti, un confine invalicabile.
Eppure il corpo è strano. A volte è un ramo storto che continua ostinatamente a cercare la luce. Non sempre diventa diritto, ma continua a crescere.
Ho sempre fatto sport. Forse proprio perché il mio fisico mi ricordava ogni giorno ciò che non poteva fare, sentivo il bisogno di scoprire tutto quello che invece poteva ancora concedermi. Così, ormai adulto, ho incontrato il Karate. Non è stato un colpo di fulmine. È stato un dialogo lento, fatto di cadute, ripetizioni, dubbi e piccoli avanzamenti. Come l’acqua che, goccia dopo goccia, finisce per levigare la pietra senza mai alzare la voce.
Pochi mesi fa ho conseguito il I Dan. Quando infilai il karategi per la prima volta mi sembrava impossibile. Oggi quella cintura nera non rappresenta un traguardo, ma il promemoria che l’impossibile, molto spesso, è soltanto qualcosa che non abbiamo ancora avuto il tempo di attraversare.
Non so quanto ancora riuscirò ad allenarmi. I sessant’anni si fanno sentire. Ci sono dolori, acciacchi, giorni in cui il corpo protesta con argomenti convincenti. Ma continuerò finché il fisico me lo permetterà. Senza pretendere nulla. Con gratitudine.
Non mi permetto di parlare di Karate. Non ne ho le competenze. Nella vita faccio altro: sono un conduttore radiofonico e uno speaker pubblicitario. Ma, a dire il vero, anche del mio lavoro preferisco parlare poco. L’ego è una pianta infestante: cresce in fretta e soffoca tutto il resto. Ho sempre pensato che l’umiltà sia una forma di intelligenza e che il rispetto si conquisti più con il silenzio che con le dichiarazioni.
Il mio percorso è iniziato nella FIJLKAM, è proseguito nella FIKTA e oggi mi alleno in un Dojo AIKT. Esperienze diverse. Tre Sensei conosciuti nel tempo: a tutti sono riconoscente. Ma, al di là delle Federazioni, ciò che sento davvero è l’appartenenza allo Shotokan, una casa costruita non di muri, ma di gesti ripetuti migliaia di volte, di inchini, di respiri condivisi, di persone che si aiutano per diventare migliori, non degli altri ma di quel che erano fino a ieri.
Scrivo queste righe per una sola ragione. Se qualcuno che convive con un limite fisico, con una paura o con l’idea di essere arrivato troppo tardi dovesse leggerle, vorrei che sapesse questo: il momento giusto non esiste. Esiste soltanto il momento in cui si decide di fare il primo passo.
Il resto arriva camminando. Lentamente. Come fanno gli alberi quando diventano una foresta.
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